Categorie
circolo rifugio CR - Bergamo

Dov’è la libertà?

Dov'è la libertà?

“Sono partito dall’Africa per andare alla ricerca della libertà”. Così K. incomincia il racconto da quando ha iniziato a chiedersi: “dove è la libertà?”

Il viaggio è stato lungo e faticoso e di certo non ha potuto trovare la libertà nel deserto, perché troppo arido, né tanto meno in Libia, perché non ci sono leggi e K. ha imparato che per avere la libertà c’è bisogno di leggi.

Poi una legge l’ha trovata, quella del mare: ma è una legge dura che dà speranza a pochi, e K. desidera che la libertà sia per tutti.

Finalmente l’Italia: “sicuramente qui troverò la libertà” ha pensato K., ma dopo 5 anni di ricerca incessante, ha capito che la libertà non può essere rinchiusa nell’attesa infinita di un pezzo di carta, che chiamano documento.

Oggi K. ha compreso che cercava la libertà nel posto sbagliato, perché la libertà non è un luogo fisico o un oggetto.

Così, in questi mesi durante le attività dei Circoli Rifugio, ha iniziato a sperimentare che la libertà è nell’incontro con l’altro, nel condividere cibo, storie ed esperienze, nell’imparare ed ascoltare, nell’andare a teatro e vedere che sul palco c’è un immigrato, come lui, che è libero di narrarsi, donando a tutti la sua arte e la sua conoscenza. La libertà è essere migrante perché da sempre l’uomo migra nella ricerca dell’altro, poiché è solo nell’incontro con l’altro che siamo davvero liberi.

K. ora attende il suo documento non per andare alla ricerca incessante di un altro luogo, ma per continuare a restare nella costruzione collettiva di un intreccio di storie, che possano mettere le basi per la vera libertà, quella dove le differenze sono fonte di ricchezza e non di timore, quella dove si può andare ma anche tornare.

Categorie
circolo rifugio CR - Carmagnola

La storia di Maliki

La storia di Maliki

Quello dei “Circoli Rifugio, nessuno in strada”, è un esperimento di accoglienza solidale e condivisa, che oltrepassa i circuiti istituzionali, offrendo “sostegno economico” ma anche la possibilità di avere un luogo in cui andare nel proprio tempo libero e in cui ci si può sentire valorizzati unendosi al gruppo di volontari e amici.
Maliki ha 23 anni e vive in un appartamento dell’associazione Karmadonne, è arrivato in Italia ormai 5 anni fa. Ha trascorso un periodo in Algeria con un cugino, prima di partire in cerca di nuove opportunità per la Libia, purtroppo le sue aspettative sono state tradite e così ha deciso di provare ad arrivare in Italia, per poi stabilirsi a Carmagnola a Casa Frisco.
Collaborando ed inserendosi all’interno del gruppo di giovani volontari, Maliki ha svolto nel 2020 servizio civile al Circolo Arci Margot, è entrato così nel vivo dell’associazionismo e delle attività di volontariato. In questi anni è diventato un membro portante per Karmadonne, associazione grazie alla quale è riuscito a trovare un lavoro in un’azienda locale come progettista e a migliorare la lingua italiana.
Nell’esperienza di Circoli Rifugio, il suo coinvolgimento è venuto in modo naturale per continuare il percorso intrapreso lo scorso anno con il servizio civile.

#circolirifugio#nessunoinstrada#arci
^ Il progetto ‘Nessuno in Strada – Circoli Rifugio’, è realizzato da Arci nazionale e finanziato
con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai.

 

Categorie
circolo rifugio CR - Pescara

Il posto che posso chiamare casa

Il posto che posso chiamare casa

Non me l’aspettavo che sarebbe stato di nuovo così. Di nuovo così difficile, voglio dire. Dopo tanti anni qui Italia, sono quasi quaranta ormai, non pensavo che ci sarebbero state altre notti così silenziose e senza stelle in cui non sarei più riuscita ad addormentarmi. Quando sei preoccupata, quando sei spaventata, non riesci a dormire anche se sei stanca. Alzi gli occhi verso il soffitto, poi verso la finestra, poi ti alzi e guardi fuori. E guardi la luna, e la strada, tutta vuota e così diversa da quella stessa strada com’è al mattino, quando è piena di automobili, di biciclette e di persone. E in quel silenzio pensi, pensi alla tua vita, a questo maledetto virus che ha cambiato tutto all’improvviso, che mi ha fatto perdere il lavoro, e insieme al lavoro i sogni e le speranze.

Ne avevo tanti, di sogni e di speranze, quando sono arrivata in Italia. Avevo 17 anni, e a 17 anni in Africa sei già una donna, una persona adulta. Sono arrivata con un contratto di lavoro, da sola, senza conoscere quasi nessuno. Ma sono stata fortunata, e lo so. Tanti altri ragazzi e ragazze come me, in quegli anni, sono scappati dalla guerra che c’era allora in Eritrea. Sono scappati e basta, senza sapere dove andare, senza una destinazione, senza niente. Io invece sapevo dove sarei venuta e cosa avrei fatto. Anche se non avevo mai visto una città grande come Pescara, e nemmeno potevo immaginare che esistessero dei posti nel mondo dove le luci delle case e dei lampioni coprivano quella delle stelle.

La mia terra, l’Eritrea, mi manca sempre. Anche se adesso, a parte mia madre, lì non ho più nessuno. Le mie sorelle e miei fratelli sono andati via, come ho fatto io, tanti anni fa. Conosco più gente in Italia, adesso, che non in Eritrea. Ma quando le cose si fanno difficili, come in questi ultimi due anni, ti viene da ripensare al posto da cui vieni, al tuo piccolo paese, alle sue case, alle sue strade, ai suoi alberi. A un certo punto ho preso in considerazione perfino l’idea di ritornare in Africa, tanto mi sembrava disperata la mia situazione. E poi, invece, ho incontrato chi mi ascoltato, chi mi ha compreso e mi ha aiutato. Voglio tornarci, in Eritrea, ma solo per portarci mia figlia, che ha dieci anni e in Eritrea non ci è ancora mai stata.

Pescara è il posto dove penso che vivrò per sempre. Il posto che posso chiamare casa. Stanotte ho dormito benissimo, e il cielo era di nuovo pieno di stelle.

Categorie
circolo rifugio CR - Carmagnola

Non solo Accoglienza al Margot

Procede a gonfie vele il progetto “Circoli Rifugio – nessuno in strada” al Margot che sostiene economicamente: Maliki, Davide, Paola, Robert e Valentina valorizzando però l’inclusione giovanile.

I ragazzi quotidianamente vengono al Margot ad offrire il loro aiuto, o a fare attività con gli altri volontari del circolo. Per i ragazzi di Casa Roberta, in accordo con la loro operatrice, abbiamo deciso di includere i quattro ospiti con attività pratiche e manuali: Davide e Robert si occupano invece della cura del dehor aiutando anche a gestire gli ordini e le forniture, mentre Paola e Valentina ogni settimana creano nuove decorazioni per i nostri spazi.

Maliki, già volontario lo scorso anno, si é dimostrato fondamentale in cucina per aiutare il nostro cuoco nei giorni di maggiore affluenza, insieme a lui e a Karmadonne contribuiamo alla sua formazione professionale.

Sono state settimane molto intense e piene, abbiamo affrontato il tema del Ddl Zan in concomitanza del 17 maggio (Giornata internazionale contro l’omofobia) e celebrato e festeggiato assieme gli undici anni di vita del nostro circolo carmagnolese.

^ Il progetto ‘Nessuno in Strada – Circoli Rifugio’, è realizzato da Arci nazionale e finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai.

Categorie
circolo rifugio CR - Bergamo

Presentazione progetto “Nessuno in Strada” – Bergamo

Il circolo rifugio Rosa Agrestis è lieto di invitarvi all’evento di presentazione del progetto “Nessuno in strada – Circoli rifugio” di Arci Nazionale, finanziato con i fondi 8×1000 dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai.

Le regioni partecipanti al progetto sono 13, tra cui la Lombardia con il suo unico circolo rifugio proprio a Bergamo: Rosa Agrestis di Arci Bergamo APS.

Il circolo rifugio di Bergamo, grazie anche al prezioso contributo del Consiglio di Chiesa Valdese, accoglie ad oggi tre giovani ragazzi del Gambia.

Vi invitiamo al Decanter Cittadino, sede del circolo Rosa Agrestis

il 26 giugno alle ore 18.00

in via Fara 5, Bergamo

vi aspettiamo numerosi per condividere con voi l’andamento del progetto e degustare un piccolo rinfresco italo-gambiano

Categorie
circolo rifugio CR - Roma

Nessuno si salva da solo

Nessuno si salva da solo

“Rifugio è come scappare da qualcosa. Quando scappi da un posto hai sempre la speranza che lì dove andrai troverai qualcosa di migliore” ci accoglie così Mohammed, un martedì pomeriggio presso il comitato di Arci Roma.

Sereno e pacato, gli occhi fissi e grandi dietro le lenti che amplificano lo sguardo, il tono di voce placido che non nasconde il suo accento, le movenze discrete e accurate.

Vive in Italia da tredici anni e viene dal Marocco. Ha poco più di quarant’anni ed è un mediatore linguistico e culturale.

È tornato ed andato via, dalla sua terra natia, spesso. L’ultima, durante il lockdown, quando col desiderio di stabilizzarsi tenta di aprire un’attività commerciale. Le cose non vanno come previsto e si ritrova costretto a tornare in Italia con un senso di sconfitta e fallimento che mestamente inizia a camminargli di fianco. Resta ospite da un amico ma si sente inadeguato. Opprimente, ciò che prima solamente lo affiancava, comincia a crescere e un ingordo senso di malessere lo trascina velocemente. A nulla servono le suppliche delle persone care. La delusione, un inappagato senso di voragine lo paralizzano. Entra in depressione e inizia a passare le sue notti nell’abitacolo della sua macchina. Un finestrino è addirittura rotto e il freddo invernale gli impedisce di dormire. Gli si posa addosso. È un senso di brivido raggelate, non solo corporeo. Non vuole reagire. Ma non è solo, per fortuna:

“Tramite un’amica che fa teatro con me, ho conosciuto questo progetto. Vedendo la difficoltà che stavo vivendo in quel periodo, sia morale che economica, lei mi ha informato sui Circoli Rifugio” ci racconta “credendo che fosse utile per me.”

È indeciso Mohammed: è solo un altro fallimento camuffato da possibilità. Andare a vivere con una famiglia alla sua età già gli fa presagire il disagio che gli comporterebbe. Probabilmente è meglio declinare questa possibilità. Interviene, allora, un’altra voce: Simona del Circolo Arci Pietralata lo contatta e insieme ipotizzano il suo inserimento nel progetto.

È andata: si trasferisce nell’appartamento di Barbara. Il cambiamento però non porta subito benefici. L’’inizio è stato un po’ difficile. Il gelo che si porta dentro ancora gli immobilizza il cuore. E resta distante, taciturno. Cosa fare? La risposta arriva puntuale. Il Circolo Arci Pietralata gli propone di andare con loro una sera a fare un giro tra i senza tetto: ed è uno scossone. Inizia a collaborare per la distribuzione di coperte e viveri nel progetto Akkittate:

“Poter aiutare le persone che vivono per strada, fornirgli cibo e vestiti, questa cosa mi ha dato molta soddisfazione. Ho capito che la speranza c’è e mi sono sentito utile per la società. Contribuire in qualche modo mi ha dato molto coraggio per ritornare a vivere e ritornare a sperare.” Poi ha iniziato a rilassarsi: “Mi sentivo più riposato, sia moralmente che fisicamente e ho iniziato a pensare diversamente, positivamente. Mi sono detto che questa era la possibilità per cambiare la mia vita, per approfittare e fare qualcosa per me.”

Arriva poi la svolta decisiva:

“Iniziare a collaborare con lo sportello legale di Arci Roma, facendo il mio lavoro, quello di mediatore culturale e linguistico come volontario è stata una delle cose che mi ha aiutato di più.”

Fa lunghe pause, Mohammed, e il suo fluire è talmente disteso che si fa fatica a sovrapporre il racconto che ci fa di sé, risalente solo a qualche mese fa, con la persona che adesso è davanti a noi.

Abbandonare del tutto quei grigi umori non è stato semplice, e ci dice: “Se chiedi adesso a Barbara di descrivermi com’ero quando sono arrivato e come sono oggi ti dirà che c’è molta differenza. Sono molto cambiato. Della frase -Nessuno si salva da solo- il valore posso capirlo soltanto ora.”

Categorie
circolo rifugio CR - Potenza

Il colore della felicità

Il colore della felicità

Le mani di S., Happiness e Joy. La loro piccola felicità. Il loro piccolo, folle, incomprensibile desiderio di vivere. Semplicemente.

La voce di chi non ha voce ma ha parlato e parla con gli occhi di una bambina, di chi vede il mondo a colori. Esattamente come è e dovrebbe essere.

Ha un colore la speranza? Ha un colore la vita? Ha un colore la felicità?

Scopriamolo assieme.

La prima cosa che hanno visto i miei occhi nocciola è stato lo sguardo di mio padre. Era colmo di lacrime che riflettevano tutti i colori del mondo.

Nei nove mesi precedenti a quel giorno non avevo mai sentito la sua voce. Non avevo mai sentito le sue mani sul ventre di mia madre, che alle volte sentivo piangere. Era un pianto di disperazione. Di solitudine.

Eppure in quel momento, nel momento in cui ho incontrato quello sguardo, ho pensato che quei colori non mi avrebbero più abbandonata. Non ci avrebbero più abbandonate.

Era un piovoso 15 marzo del 2020. Uscimmo dall’ospedale come una famiglia normale. Arrivammo in una casa, per lo meno allora pensavo quella fosse la definizione di una casa, con tante persone. Era un grande stanzone con tanti tavoli e sedie e odore di zuppa dappertutto. Un crogliuolo di lingue e di colori attorno a me.

Quello è stato un giorno di festa. Una nascita è sempre un giorno di festa. Pensavo che quella fosse la felicità. I miei genitori si chiamano “Gioia” e “Felicità”. Sembrava che il mio destino fosse nei loro nomi. Ancora non sapevo che mi sbagliavo.

Mi addormentai e al risveglio, nella notte, mio padre non c’era. Non c’erano le sue mani. Non c’era quello sguardo. Tante donne attorno a me. Mia madre aveva gli occhi tristi. Quegli occhi non l’hanno abbandonata per mesi. Sono stati i soli occhi che ho visto per un lungo tempo.

Un giorno, non troppo lontano, un gruppo di donne, tra cui mia madre, hanno ricevuto la notizia che avremmo dovuto lasciare quella “casa”. Il nostro tempo era finito. Bisognava far spazio. Come si fa con una casa dove con gli anni si accumula roba e improvvisamente c’è bisogno di toglier via qualcosa, di eliminare ciò che non serve, di buttare il superfluo. Come se la Vita, qualsiasi piccola vita, possa esser definita superflua.

 

Ho immaginato che la Vita avesse quel valore. Per la prima volta ho imparato che può essere considerata una cosa e che ci sono vite che valgono di più e vite di cui si può fare a meno.

Ho iniziato ad avere lo sguardo, triste, di mia madre.

 

Chiusa in un fagotto, sulle sue spalle, abbiamo iniziato il nostro viaggio, rincorrendo alloggi di fortuna. Abbiamo camminato tanto e ci siamo nascoste di più. Di tanto in tanto qualcuno si aggiungeva a quella strana carovana di donne e uomini e qualcun altro si sottraeva; fino ad arrivare al confine e ritrovarci davanti al mare.

In quel luogo, per la prima volta, ho visto nello sguardo di mia madre la paura. Mentre guardavo le onde infrangersi sulle rocce. A me quella schiuma piaceva. Mi piaceva il suono del mare. Ci vedevo i pescatori pescare e i bambini giocare. Non capivo perché mia madre si rifiutava di avvicinarsi, di lasciarmi esplorare la bellezza e la forza di quel blu sconfinato che si perdeva e confondeva con il cielo.

Da quel momento eravamo sole. Io e la “Gioia”, mia madre.

Abbiamo incontrato molte persone nel nostro viaggio. Alcune ci hanno offerto riparo, cibo e vestiti. Per altre eravamo rifiuto. Scarto. O semplicemente invisibili. Come se non esistessimo.

Abbiamo camminato a lungo. Attraversando un Paese, lo chiamano il Belpaese e lo è per davvero, dalla bizzarra forma di uno stivale. Questa cosa mi faceva sorridere, perché era come camminare assieme ai luoghi che attraversavamo. E abbiamo incontrato sorrisi che mi ricordavano quello rassicurante di mio padre. Ho conservato nei miei occhi tutti quei sorrisi e tutti quei colori perché potessi trasmetterli a mia madre. Quei sorrisi e quelle mani ci hanno permesso di arrivare qui. In quella che è una casa. Una casa vera. Era il 6 marzo 2021. Fuori pioveva e l’aria era fredda.  Freddissima. Ci hanno accompagnate due buffi signori vestiti con un saio e i piedi scalzi, come i nostri.

Sulla soglia una figura sembrava aspettarci. Era buio ma io riuscivo a percepire i suoi colori. Erano esattamente gli stessi colori visti un anno prima. Felicità. Sull’uscio di quella che ancora oggi è il nostro rifugio, ad attenderci, c’era mio padre.

Sì, era mio padre.

Sì, eravamo una famiglia. La nostra.

Ho spento la mia prima candelina sentendomi quasi “normale”.

 

S., 1 anno.

Categorie
circolo rifugio CR - Bologna

Una bella storia. Una storia differente.

Una bella storia. Una storia differente.

La parola rifugio deriva dal latino refugium, derivato di refugĕre «rifuggire», e definisce la possibilità per un essere vivente di godere di un riparo, di una difesa, contro un’insidia o un pericolo materiale o morale. Quello dei “Circoli Rifugio, nessuno in strada”, è un esperimento di accoglienza solidale e condivisa, che oltrepassa i circuiti istituzionali, offrendo “rifugio” a uomini e donne spogliati dai loro status definitori soliti, di titolarità o meno di un diritto all’accoglienza.

Rifugiati, italiani, apolidi, irregolari, senza fissa dimora… l’unica discriminante è il bisogno di un tetto, la necessità di far fronte ad un’emergenza abitativa che è allo stesso tempo sociale, nonché personale ed umana.

Il progetto ARCI “Circoli Rifugio, nessuno in strada”, finanziato dall’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, interroga la collettività in quanto soggetto politico dello spazio-città, attivando la propria rete di circoli sul territorio, per provare a dare una risposta dal basso, diffondendo una cultura dell’accoglienza che risponda esclusivamente ad un bisogno reale lontano da caratteristiche prestabilite che rendono, troppo spesso, il beneficiario, tale, solo se “beneficiario eleggibile”.

Nel territorio bolognese, i circoli Cantieri Meticci, Accattà, Arcimondo, in collaborazione con cittadini, famiglie e attivisti afferenti alla rete associativa ARCI offrono, ad oggi, ospitalità a quattro uomini e una donna, provenienti da Guinea Conakry, Bangladesh, Afghanistan e Gambia.

Ogni loro storia è il racconto di un bisogno intercettato da una rete solidale che si muove costantemente sul territorio, nonostante le difficoltà che hanno messo alla prova la tenuta non solo dei circoli ARCI, ma dell’associazionismo tout court durante questo periodo pandemico.

 “Circoli Rifugio, nessuno in strada” è un progetto di accoglienza, oltre l’accoglienza.

Una rete di operatori sociali, insieme a volontari dei circoli, affianca i beneficiari nella strutturazione di un percorso personalizzato sul territorio, che cerchi di dare risposta a delle esigenze concrete, aldilà di quelle meramente abitative. Il diritto allo studio e il supporto nell’iscrizione universitaria, l’accompagnamento verso un percorso legale di regolarizzazione sul territorio, l’orientamento al lavoro, l’invio di una candidatura online, sono solo alcune delle azioni attivate all’interno del progetto.

Le storie delle ragazze e dei ragazzi accolti nei Circoli Rifugio, sono storie di legami nati in seno all’associazionismo e all’attivismo sul territorio. M., afghano, racconta del suo incontro con il circolo ARCI Accattà, di San Giovanni in Persiceto, in un momento di precarietà e difficoltà lavorativa ed abitativa. Il circolo è divenuto una casa, i suoi soci una famiglia.

R., Bangladesh, testimonia un vissuto di violenza, dal quale è riuscita ad emergere grazie alla solidarietà delle donne di Accattà e della rete Mai Più, nata nel 2015 per sostenere le donne che subiscono o hanno subito violenza fisica, psicologica, sessuale, economica e di qualsiasi altra forma e supportandole e affiancandole nel percorso di uscita dalla relazione con l’uomo violento.

H., del Gambia, è stato accolto in un appartamento di un connazionale, locato grazie alla garanzia del Presidente di Cantieri Meticci, al quale lo lega una collaborazione artistica di svariati anni.

H. e B., entrambi provenienti dalla Guinea Conakry, grazie alla mediazione del circolo ARCI Arcimondo e della collaborazione con la rete dell’associazione delle Famiglie Accoglienti, hanno iniziato le pratiche che li porteranno presto ad essere degli studenti dell’Università di Bologna.

Se la migrazione continua ancora troppo spesso ad essere la narrazione di un’emergenza, piuttosto che la testimonianza di un dialogo tra continenti che costruisce le realtà solidali di oggi e domani ponendo la soggettività di individui in movimento in costante relazione con l’attivismo del territorio, l’esperienza dei Circoli Rifugio è invece un modo per narrare “un’altra storia”.

Una bella storia. Una storia differente.

Categorie
circolo rifugio CR - Carmagnola

Prime attività al Margot

Nel mese di marzo sono partite le attività del progetto “Circoli Rifugio- nessuno in strada”  per i nostri ragazz* coinvolt* tramite le associazioni Karmadonne e O.A.M.I. di Carmagnola. 

Nelle prime settimane, dato la chiusura del circolo e la zona rossa regionale ci siamo incontrati online  o presso le strutture abitative di Maliki, Davide, Robert, Paola e Valentina;  abbiamo lavorato sui valori del Margot e dell’Arci quali: l’inclusione giovanile, l’antifascismo, la cittadinanza e l’antirazzismo. Successivamente le nostre attività si sono sviluppate in corrispondenza del 25 aprile e del 1 Maggio, trattando l’importanza storica di queste giornate tramite attività interattive per stimolare in loro una riflessione personale.

Finalmente con la zona gialla e la riapertura del Margot ci siamo incontrati in presenza, conoscendo anche gli altri giovani volontari del Margot; i ragazzi ci hanno aiutato molto con i lavori all’interno dei nostri spazi, ciascuno ha suo modo ha dato il proprio contributo e ora siamo tutti pronti per ripartire e  riprendere anche le altre attività al Margot.

Categorie
circolo rifugio CR - Perugia-Terni

Nessuno in strada

Nessuno in strada

Vi raccontiamo la storia di M., 30enne pakistano che, dopo diverse esperienze lavorative nel settore edile, si è ritrovato disoccupato ed inabile al lavoro a causa di un grave problema cardiaco.
Dopo un difficile intervento debilitante e una lunga degenza in ospedale M. era solo, con documenti scaduti, disoccupato e senza un posto dove stare.
 
Ma la rete dei #CircoliRifugio non lascia “Nessuno in Strada”!
 
Venuta a conoscenza della situazione, Arci Terni ha immediatamente accolto M. attivando il Circolo Rifugio Jonas Club, dandogli la possibilità di vivere in una casa e di frequentare spazi e persone pronte ad ascoltarlo. Ora M. studia l’italiano, è riuscito a riavere i documenti che gli servivano e ha un medico di base. Si sta riprendendo ed appena la burocrazia farà il suo corso potrà rientrare in un progetto SAI o addirittura, chissà, ricominciare a lavorare e vivere in una abitazione autonoma.
 
Il Circolo Rifugio è un luogo accogliente dove M. ha trovato qualcuno che lo ha aiutato a riprendere la sua vita da dove l’aveva lasciata.