Il colore della felicità

Le mani di S., Happiness e Joy. La loro piccola felicità. Il loro piccolo, folle, incomprensibile desiderio di vivere. Semplicemente.

La voce di chi non ha voce ma ha parlato e parla con gli occhi di una bambina, di chi vede il mondo a colori. Esattamente come è e dovrebbe essere.

Ha un colore la speranza? Ha un colore la vita? Ha un colore la felicità?

Scopriamolo assieme.

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La prima cosa che hanno visto i miei occhi nocciola è stato lo sguardo di mio padre. Era colmo di lacrime che riflettevano tutti i colori del mondo.

Nei nove mesi precedenti a quel giorno non avevo mai sentito la sua voce. Non avevo mai sentito le sue mani sul ventre di mia madre, che alle volte sentivo piangere. Era un pianto di disperazione. Di solitudine.

Eppure in quel momento, nel momento in cui ho incontrato quello sguardo, ho pensato che quei colori non mi avrebbero più abbandonata. Non ci avrebbero più abbandonate.

Era un piovoso 15 marzo del 2020. Uscimmo dall’ospedale come una famiglia normale. Arrivammo in una casa, per lo meno allora pensavo quella fosse la definizione di una casa, con tante persone. Era un grande stanzone con tanti tavoli e sedie e odore di zuppa dappertutto. Un crogliuolo di lingue e di colori attorno a me.

Quello è stato un giorno di festa. Una nascita è sempre un giorno di festa. Pensavo che quella fosse la felicità. I miei genitori si chiamano “Gioia” e “Felicità”. Sembrava che il mio destino fosse nei loro nomi. Ancora non sapevo che mi sbagliavo.

Mi addormentai e al risveglio, nella notte, mio padre non c’era. Non c’erano le sue mani. Non c’era quello sguardo. Tante donne attorno a me. Mia madre aveva gli occhi tristi. Quegli occhi non l’hanno abbandonata per mesi. Sono stati i soli occhi che ho visto per un lungo tempo.

Un giorno, non troppo lontano, un gruppo di donne, tra cui mia madre, hanno ricevuto la notizia che avremmo dovuto lasciare quella “casa”. Il nostro tempo era finito. Bisognava far spazio. Come si fa con una casa dove con gli anni si accumula roba e improvvisamente c’è bisogno di toglier via qualcosa, di eliminare ciò che non serve, di buttare il superfluo. Come se la Vita, qualsiasi piccola vita, possa esser definita superflua.

 

Ho immaginato che la Vita avesse quel valore. Per la prima volta ho imparato che può essere considerata una cosa e che ci sono vite che valgono di più e vite di cui si può fare a meno.

Ho iniziato ad avere lo sguardo, triste, di mia madre.

 

Chiusa in un fagotto, sulle sue spalle, abbiamo iniziato il nostro viaggio, rincorrendo alloggi di fortuna. Abbiamo camminato tanto e ci siamo nascoste di più. Di tanto in tanto qualcuno si aggiungeva a quella strana carovana di donne e uomini e qualcun altro si sottraeva; fino ad arrivare al confine e ritrovarci davanti al mare.

In quel luogo, per la prima volta, ho visto nello sguardo di mia madre la paura. Mentre guardavo le onde infrangersi sulle rocce. A me quella schiuma piaceva. Mi piaceva il suono del mare. Ci vedevo i pescatori pescare e i bambini giocare. Non capivo perché mia madre si rifiutava di avvicinarsi, di lasciarmi esplorare la bellezza e la forza di quel blu sconfinato che si perdeva e confondeva con il cielo.

Da quel momento eravamo sole. Io e la “Gioia”, mia madre.

Abbiamo incontrato molte persone nel nostro viaggio. Alcune ci hanno offerto riparo, cibo e vestiti. Per altre eravamo rifiuto. Scarto. O semplicemente invisibili. Come se non esistessimo.

Abbiamo camminato a lungo. Attraversando un Paese, lo chiamano il Belpaese e lo è per davvero, dalla bizzarra forma di uno stivale. Questa cosa mi faceva sorridere, perché era come camminare assieme ai luoghi che attraversavamo. E abbiamo incontrato sorrisi che mi ricordavano quello rassicurante di mio padre. Ho conservato nei miei occhi tutti quei sorrisi e tutti quei colori perché potessi trasmetterli a mia madre. Quei sorrisi e quelle mani ci hanno permesso di arrivare qui. In quella che è una casa. Una casa vera. Era il 6 marzo 2021. Fuori pioveva e l’aria era fredda.  Freddissima. Ci hanno accompagnate due buffi signori vestiti con un saio e i piedi scalzi, come i nostri.

Sulla soglia una figura sembrava aspettarci. Era buio ma io riuscivo a percepire i suoi colori. Erano esattamente gli stessi colori visti un anno prima. Felicità. Sull’uscio di quella che ancora oggi è il nostro rifugio, ad attenderci, c’era mio padre.

Sì, era mio padre.

Sì, eravamo una famiglia. La nostra.

Ho spento la mia prima candelina sentendomi quasi “normale”.

 

S., 1 anno.

Cos’è JUMAMAP

JumaMap – Services for Refugees è una mappa pensata per aiutarti a trovare, in modo veloce, i servizi utili più vicini a te.
Qui puoi cercare posti dove dormire, mangiare, studiare italiano, ricevere aiuto sanitario, legale o psicologico, e tanti altri servizi dedicati a persone migranti e senza dimora.

La piattaforma è disponibile in 17 lingue.
Puoi cambiare lingua dal menu in alto scegliendo tra: albanese, amarico, arabo, bengali, cinese, dari, farsi, francese, inglese, pashtu, punjabi, russo, somalo, spagnolo, tigrino, ucraino, urdu, wolof.

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